.: Polvere di vento :.

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Il gigante non ha un anima

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Seduto su di una panchina al parco, scruto la vita intorno a me. Gesti consueti. Cui faccio caso ormai di rado. Un altro turista là, appoggiato alla ringhiera, trova un’espressione gioiosa che rimanga impressa. Passanti, fermati con un “Mi scusi, potrebbe?”, scattano veloci e proseguono sulla loro strada dopo un grazie ed un sorriso. Il castello è sempre là, dietro la difesa dei suoi bastioni, immoto custode del passare del tempo. È quasi l’una. Lo dice lo stomaco che un poco brontola, lo dicono i cick-ciacchii delle scarpe da jogging sulla terra battuta. Ed è quasi dicembre, e questo lo dice l’aria pungente, e lo dicono le foglie che ornano i prati, che cadono più in fretta di quanto si riesca a raccoglierle. Sulle panchine, qua e là, universitari si prendono una pausa, barboni stesi come lucertole al sole sonnecchiano, che altro possono fare? C’è una scolaresca, mano nella mano bambini intabarrati si guardano intorno vociando. Nulla di più cheto, quasi piacevole. Gite ormai passate mi tornano alla mente, visite a luoghi che non erano gli stessi. Ricordo la Milano maestosa ed ignota, che non faccio tempo ad imparare che già l’ho scordata. Le torri, gli archi, i portali, tutto era ciclopicamente ingigantito, dalla mia piccola statura come dalla novità, dall’attesa. L’ambra delle foglie volteggia, incerta se lasciare i rami su cui posava, attratta dalla placida brezza che la spinge al suolo. Richiami di maestre mettono fine alla confusione, mentre le porte si aprono, ingoiando al loro interno la massa vociante. C’è un bambino che prova a scalare le vecchie mura, imita con la voce il rumore della pistola, pollice ed indice tesi. In silenzio, come vede nei cartoni, difende il baluardo della sua infanzia dall’assalto di invadenti nemici. Ha il cappellino calato sugli occhi, e un sorriso grande, dimentico di ogni cosa. Verrebbe voglia d’alzarsi e seguirlo, impugnare un cannone e cominciare a combattere per il possesso di quell’attimo d’innocenza. Una palla dopo l’altra, un colpo dopo l’altro, distruggere le difese reciproche solo per poter condividere quei mattoni incrinati dal tempo. Ma già immagino gli sguardi, il timore e la compassione, lo stupore di chi mi guardasse. Mi tolgo quel pensiero dal cuore, relegandolo tra i miei desideri. Il castello sembra tornare opaco come sempre. Vedo uno di quei ragazzi, senegalese come tanti, libri alla mano tenta di guadagnarsi la giornata. Vedo gli occhi distratti di uno qualunque, che neppure sente ciò che il ragazzo ha da dire, la sua richiesta di parole sincere prima ancora che di denaro. La solitudine di corridore, ognuno isolato dalle proprie cuffiette, ora salta agli occhi. Ognuno la sua strada, abitudine consolidata da tempo, ognuno il suo angolo di mondo. Dopo una foto i turisti se ne vanno, ansiosi di vedere altro, o di tornare a casa. Guardo di nuovo verso le rovine, e vedo la mamma condurre per mano il bambino, portarlo via, perché è ora di tornare a casa, perché c’è altro da fare, perché il gigante di fumo oggi pare senz’anima.

Written by tmonk

6 dicembre 2007 a 4:42 pm

Pubblicato su windy breath

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